In molti sensi, l’ombra si trova all’inizio della storia dell’arte. Secondo Plinio il Vecchio, la prima immagine nasce quando la figlia del vasaio Butade traccia il profilo dell’ombra del suo amante. Nell’allegoria della caverna di Platone, invece, le ombre rappresentano l’illusione, in contrasto con la luce della conoscenza. Per secoli l’ombra ha evocato significati ambigui o persino sinistri, finché il Romanticismo non l’ha collegata alla psiche—celebre il racconto di Chamisso in cui la perdita dell’ombra equivale alla perdita dell’anima. Sebbene l’ombra compaia già nella pittura, diventa davvero centrale solo nell’Ottocento, con l’invenzione della fotografia e del cinema.

Con circa 40 artisti internazionali, questa mostra è la prima in un museo tedesco a indagare l’emancipazione dell’ombra come tema produttore d’immagini e riflessivo sul mezzo nell’arte contemporanea. Esplora mondi d’ombra che vanno dall’esistenziale al politico, rivelando l’ombra come luogo di incontro tra presenza e assenza. Legata al corpo ma sempre a distanza da esso, l’ombra è traccia, indice e superficie di proiezione. Diventa così metafora della crisi del soggetto e indicatore di realtà che si estendono oltre ciò che è visibile.