WOLFGANG LAIB | Una montagna da non scalare. Per Monet
Artista
Wolfgang Laib
Data
6 marzo – 8 luglio
Location
Musée de l'OrangerieJardin des Tuileries, 75001 Paris, France
Questa presentazione raggrupperà opere realizzate appositamente dall’artista per l’architettura particolare del museo, in dialogo con questa ode alla natura e alla bellezza che sono le Ninfee di Monet. Nelle opere di Wolfgang Laib, nato in Germania nel 1950, la natura invade l’arte. I suoi materiali, il polline, il latte, il riso, la cera d’api, determinano quindi la forma finale delle sculture dalle forme geometriche semplici progettate dall’artista (quadrati, coni, allineamenti). Ognuna delle sue opere viene quindi presieduta da una serie di gesti semplici e parsimoniosi che ingaggiano una relazione con la natura.
Attraverso oltre 200 opere che attraversano secoli di storia artistica e culturale, Identity, Culture, and Community esplora la ricchezza e la pluralità dell’esperienza ebraica mediante oggetti rituali, opere contemporanee e reperti storici provenienti dalla collezione del Jewish Museum. La mostra costruisce un dialogo tra passato e presente, intrecciando temi come memoria, appartenenza, migrazione, spiritualità e identità collettiva. Reperti archeologici e opere cerimoniali convivono con dipinti, sculture, fotografie e installazioni moderne e contemporanee, mostrando come l’arte possa custodire la tradizione e al tempo stesso ridefinire continuamente le narrazioni culturali. Una serie di focus espositivi approfondisce ulteriormente questi temi attraverso percorsi dedicati al cinema, alla comunità, alla storia coloniale e alle pratiche artistiche contemporanee. Gli spazi educativi rinnovati completano il percorso con installazioni e opere pensate per il dialogo e l’apprendimento, tra cui una monumentale raccolta di oltre 130 lampade di Hanukkah provenienti da epoche e luoghi differenti, testimonianza della continuità del rito, dell’artigianato e della memoria condivisa.
Ispirata a un episodio immaginario della vita di Bernard de Mandeville, l’installazione riflette sul rapporto fragile tra potere, caso e conseguenza. Un piccolo incidente domestico — una tazza di tè rovesciata, un gesto interrotto, un’espressione fissata in un ritratto — diventa il punto di partenza per una meditazione sulla fortuna e sulla catena invisibile di eventi che ogni azione umana mette in moto. Al centro dell’opera si trova un interno in gesso in scala: una stanza voltata, un ingresso, una porta socchiusa e un lampadario funzionante che illumina la scena. In questo spazio sospeso e silenzioso compare una figura di cera, immobile ai piedi di una scala, con una mano protesa in un gesto ambiguo di richiesta o supplica. In equilibrio tra teatralità e immobilità, l’installazione evoca un mondo in cui il crollo non si compie mai del tutto, ma dove assenza e sventura continuano silenziosamente a permanere. L’ambiente domestico si trasforma così in un’architettura metaforica del potere, dell’incertezza e dell’attesa irrisolta. Visita su appuntamento.
La mostra offre una rara occasione per riscoprire il mondo visionario di Giovanni Segantini, tra i protagonisti del Simbolismo e del Divisionismo europeo. Attraverso dipinti, pastelli e disegni provenienti da importanti collezioni internazionali, il percorso espositivo racconta il profondo legame dell’artista con la natura e con il paesaggio montano che ha segnato la sua vita e la sua ricerca. Per Segantini la montagna non è soltanto un soggetto, ma un universo spirituale e simbolico attraverso cui esplorare la luce, la solitudine, la maternità, il lavoro e il ciclo della vita. In equilibrio tra realismo e simbolismo, le sue opere restituiscono una visione intensa e contemplativa della natura, dove il colore luminoso e l’atmosfera trasformano il paesaggio alpino in una dimensione sospesa e senza tempo. Attraverso oltre sessanta opere, la mostra ripercorre l’evoluzione del linguaggio artistico di Segantini, dagli anni italiani fino alle monumentali composizioni alpine realizzate in Svizzera. Disegni e pastelli, raramente esposti, completano il percorso mettendo in luce la sensibilità dell’artista e la sua straordinaria capacità di tradurre luce, atmosfera e forma. A cura di Gabriella Belli e Diana Segantini.
"The Golden Hour. L’oro nell'arte dal figurativo all’astratto" indaga il fascino senza tempo dell’oro nell’arte attraverso una selezione di opere che attraversano i secoli, dal Rinascimento alla contemporaneità. Simbolo di luce, eternità, spiritualità e trasformazione, l’oro rinnova continuamente il proprio significato e la propria forza visiva. Dai fondi oro della tradizione sacra fino alle interpretazioni concettuali contemporanee, la mostra racconta l’evoluzione dell’oro come materia e metafora: talvolta ornamento, talvolta parte inscindibile della forma stessa, sempre capace di trasformare ciò che illumina. Caldo e avvolgente come la “golden hour” dell’alba e del tramonto, l’oro diventa un linguaggio che unisce antico, moderno e contemporaneo attraverso riflessi, bagliori e seduzione. Tra figurazione e astrazione, il percorso espositivo restituisce le molteplici identità dell’oro — prezioso, simbolico, spirituale e profondamente evocativo. Sala espositiva Ersel Torino: 22.04.2026–22.05.2026Sala espositiva Ersel Milano: 04.06.2026–10.07.2026
"STRANGE RULES", curata da Mat Dryhurst, Holly Herndon, Hans Ulrich Obrist e Adriana Rispoli presso Palazzo Diedo, esplora il campo emergente della “Protocol Art” attraverso opere di artisti internazionali come Philippe Parreno, Trevor Paglen, Avery Singer, Lynn Hershman Leeson e Agnieszka Kurant. Riunendo arte, tecnologia, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali, la mostra indaga i sistemi invisibili e i protocolli che modellano la cultura e la percezione contemporanea. Concepita come mostra e piattaforma di ricerca, "STRANGE RULES" trasforma Palazzo Diedo in un laboratorio di performance, installazioni, proiezioni e progetti collaborativi dedicati alla co-creazione uomo-macchina, alla governance algoritmica e alla trasformazione del rapporto tra autorialità artistica e sistemi tecnologici.
"WHO’S A GOOD BOY?" presso Contemporary Forces a Venezia presenta opere della Kelterborn Collection attraverso una riflessione su potere, autorità e controllo. Riunendo artisti come Joseph Beuys, Gary Hill, Claire Fontaine, Sung Tieu, Ulay, Laure Prouvost, Nora Turato e Renzo Martens, la mostra esplora il modo in cui i sistemi di dominio si insinuano nel linguaggio, nella ripetizione e nelle strutture della quotidianità. Prendendo il titolo da un’opera di Nora Turato, la mostra affronta l’autorità non come spettacolo, ma come una condizione emotiva instabile fatta di tensione, seduzione e sorveglianza. In dialogo con il tema curatoriale "In Minor Keys", il progetto propone il “minore” come strategia per ripensare le dinamiche del potere contemporaneo attraverso risonanza, vulnerabilità e slittamenti percettivi.