
La Galleria Lia Rumma è lieta di annunciare i progetti di Marina Abramović, Gary Hill, Alfredo Jaar, Ilya ed Emilia Kabakov, Joseph Kosuth, Agnieszka Kurant e Shirin Neshat durante la Biennale Arte 2026.
La Galleria Lia Rumma è lieta di annunciare i progetti di Marina Abramović, Gary Hill, Alfredo Jaar, Ilya ed Emilia Kabakov, Joseph Kosuth, Agnieszka Kurant e Shirin Neshat durante la Biennale Arte 2026.
L’artista di fama internazionale Marina Abramović entrerà nella storia nel 2026 come la prima artista donna vivente a essere celebrata con una grande mostra alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Marina Abramović: Transforming Energy, presentata in occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, aprirà al pubblico il 6 maggio 2026 e sarà visitabile fino al 19 ottobre 2026.
La mostra, che coincide con l’80° compleanno dell’artista, instaura un profondo dialogo tra la sua pionieristica ricerca sulla performance e i capolavori rinascimentali che hanno contribuito a definire l’identità culturale di Venezia. Curata da Shai Baitel, Direttore Artistico del Modern Art Museum (MAM) di Shanghai, in stretta collaborazione con l’artista, l’esposizione si sviluppa sia nelle sale della collezione permanente sia negli spazi dedicati alle mostre temporanee: una prima assoluta nella storia dell’istituzione, che inserisce la pratica artistica di Abramović nel cuore stesso del patrimonio veneziano.
Al centro di Transforming Energy vi è l’incontro tra passato e presente, tra materiale e immateriale, tra corpo e spirito. I visitatori sono invitati a sperimentare una serie di Transitory Objects interattivi – letti e strutture in pietra con cristalli incastonati – distendendosi, sedendosi o rimanendo in piedi su di essi, attivando quello che Abramović definisce un processo di “trasmissione di energia”.
Opere iconiche come Imponderabilia (1977), Rhythm 0 (1974), Light/Dark (1977), Balkan Baroque (1997) e Carrying the Skeleton (2008) sono presentate accanto a proiezioni delle sue prime performance, mentre nuove opere realizzate appositamente per questa occasione mettono in risalto la sua pluridecennale esplorazione della resistenza, della vulnerabilità e della trasformazione.
Concepita nel 2023 dopo anni di ricerca condotta in collaborazione con Adam Bobbette, geografo umano e geologo politico, l’opera *The End of the World* indaga sulla lotta globale per le risorse naturali, una questione che è diventata sempre più centrale nei conflitti geopolitici contemporanei. Al centro dell’installazione c’è un cubo di 4 × 4 × 4 cm composto da strati di materie prime — cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino — dieci metalli strategici essenziali per le tecnologie digitali, l’elettromobilità, le industrie high-tech e i sistemi di archiviazione dati. Mentre la domanda globale di queste risorse continua a crescere, la loro estrazione comporta spesso conseguenze ambientali devastanti e gravi violazioni dei diritti umani. Questi metalli sono dieci dei minerali più critici al mondo oggi, essenziali per le tecnologie al centro sia della transizione verde che della guerra. Portano con sé le loro traiettorie e le loro origini: la vastità delle miniere a cielo aperto scavate nella terra; le oscure profondità oceaniche con i loro ecosistemi ancora inesplorati, sondati e saccheggiati per il manganese; l’appetito rapace di una società che progetta di estrarre minerali dalla luna, vedendola come un altro luogo da conquistare e consumare. Ogni strato del cubo è al centro di violente tensioni geopolitiche; le conseguenze fisiche, ambientali e umane dell’estrazione di questi metalli sono vertiginose.
Collocata al centro di uno spazio altissimo, simile a una cattedrale, la piccola forma incornicia l’Arsenale rendendolo parte integrante dell’opera. Con questo gesto preciso, Alfredo Jaar condensa il vasto groviglio delle tragedie globali in un’opera precisa, carica di pathos e poesia, che non lascia spazio alla nostra fuga. Da oltre quattro decenni, Alfredo Jaar sviluppa una pratica multidisciplinare che spazia dalla fotografia al cinema, dall’installazione ai nuovi media per affrontare realtà sociali e politiche urgenti, mettendo al contempo in discussione l’etica e i limiti della rappresentazione. Attraverso opere che combinano rigore concettuale e forte impatto visivo, Jaar ha costantemente sfidato gli spettatori a confrontarsi con questioni spesso emarginate o trascurate nel discorso pubblico. Nel corso della sua carriera, si è concentrato su temi quali il genocidio, la migrazione forzata e le dinamiche di disuguaglianza tra nazioni industrializzate e in via di sviluppo. Questa segna la quinta partecipazione di Alfredo Jaar alla Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dopo i precedenti inviti nel 1986, 2007, 2009 e 2013.
Diario veneziano, il progetto di Ilya ed Emilia Kabakov che pone al centro le persone di Venezia, si sviluppa tra la Biennale e la città.
Una tappa si aggiunge a Diario veneziano, il progetto partecipativo di Ilya ed Emilia Kabakov, a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, che sarà presentato a Venezia in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Questa mappatura intima della città si estende dal piano nobile di Ca’ Tron (9 maggio – 28 giugno 2026) ai Giardini della Biennale, all’interno del Padiglione Venezia, entrando in dialogo con Note persistenti, il progetto espositivo curato da Giovanna Zabotti con Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi.
In linea con il tema curatoriale In Minor Keys, il Padiglione si configura come una sensibile partitura musicale che invita i visitatori a sintonizzarsi sulle frequenze più profonde di Venezia: quelle che emergono dalle sue profondità sommerse, dalla materia che la sostiene, dalle sue narrazioni intime e dalla dimensione collettiva che la attraversa.
Attraverso una sequenza di ambienti che guidano il visitatore in quattro dimensioni simboliche della città (il sommerso, il domestico, il mitologico e il collettivo), la mostra si sviluppa come una serie di interventi artistici interdisciplinari in dialogo tra loro: le sculture di Alberto Scodro, che indagano i processi invisibili della materia ed evocano il mondo sommerso, risuonano con una composizione sonora immersiva di Dardust, sviluppata in collaborazione con Paolo Fantin, H-Farm e Cisco, oltre che con le opere del progetto Artefici del Nostro Tempo, dedicato alle nuove espressioni artistiche delle giovani generazioni. In questa partitura polifonica, le dimensioni domestica e relazionale trovano una delle loro espressioni più significative in Diario veneziano di Ilya ed Emilia Kabakov, che costituisce il cuore di un progetto collettivo ideato dal duo con la partecipazione dei cittadini veneziani, lungo un percorso che collega il Padiglione Venezia a Ca’ Tron.
A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov, Venezia accoglie uno dei progetti più emblematici della coppia, unita nell’arte e nella vita: un’opera monumentale e partecipativa che si configura come un autoritratto collettivo della città. A cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, Diario veneziano prende forma a Ca’ Tron — sede dell’Università Iuav affacciata sul Canal Grande — dove il piano nobile si trasforma in un vasto dispositivo narrativo, per poi proseguire al Padiglione Venezia, ricomponendo l’unità del progetto in dialogo con il percorso di Note persistenti.
Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia: questo è il presupposto che guida l’intero lavoro. Circa 500 abitanti dell’area metropolitana, appartenenti a diverse generazioni, contesti sociali e zone urbane, hanno contribuito scrivendo una pagina di diario in cui raccontano il proprio legame personale con la città e prestando un oggetto capace di rappresentarlo. Frammenti di vite, memorie e desideri confluiscono così in una costellazione di storie che restituisce la complessità sociale ed emotiva della laguna.
“STRANGE RULES”, curata da Mat Dryhurst, Holly Herndon, Hans Ulrich Obrist e Adriana Rispoli presso Palazzo Diedo, esplora il campo emergente della “Protocol Art” attraverso opere di artisti internazionali come Philippe Parreno, Trevor Paglen, Avery Singer, Lynn Hershman Leeson e Agnieszka Kurant. Riunendo arte, tecnologia, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali, la mostra indaga i sistemi invisibili e i protocolli che modellano la cultura e la percezione contemporanea.
Concepita come mostra e piattaforma di ricerca, “STRANGE RULES” trasforma Palazzo Diedo in un laboratorio di performance, installazioni, proiezioni e progetti collaborativi dedicati alla co-creazione uomo-macchina, alla governance algoritmica e alla trasformazione del rapporto tra autorialità artistica e sistemi tecnologici.
“WHO’S A GOOD BOY?” presso Contemporary Forces a Venezia presenta opere della Kelterborn Collection attraverso una riflessione su potere, autorità e controllo. Riunendo artisti come Joseph Beuys, Gary Hill, Claire Fontaine, Sung Tieu, Ulay, Laure Prouvost, Nora Turato e Renzo Martens, la mostra esplora il modo in cui i sistemi di dominio si insinuano nel linguaggio, nella ripetizione e nelle strutture della quotidianità.
Prendendo il titolo da un’opera di Nora Turato, la mostra affronta l’autorità non come spettacolo, ma come una condizione emotiva instabile fatta di tensione, seduzione e sorveglianza. In dialogo con il tema curatoriale “In Minor Keys”, il progetto propone il “minore” come strategia per ripensare le dinamiche del potere contemporaneo attraverso risonanza, vulnerabilità e slittamenti percettivi.
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Joseph Kosuth (nato nel 1945) pone il linguaggio al centro della propria pratica artistica, sia come contenuto che come soggetto. Noto per le sue celebri opere al neon, l’artista presenterà una nuova importante opera su larga scala, dal titolo A Chain of Resemblance (2026), che verrà installata all’ingresso principale della Casa dei Tre Oci. L’opera si basa su un testo di Michel Foucault ed esplora il modo in cui il significato viene plasmato sia dal testo che dal contesto in cui appare, rivelando come il linguaggio non sia mai neutrale ma intrinsecamente influenzato dal suo ambiente e dalla sua ricezione.
Il primo piano dei Tre Oci ospiterà i primi lavori di Kosuth risalenti agli anni Sessanta. Tra questi, verrà esposta una delle sue opere più influenti, One and Three Mirrors (1965), in cui il significato si concretizza nella relazione tra le sue tre componenti: immagine, oggetto e testo. In questa installazione, il riflesso dello spettatore entra a far parte dell’opera stessa, permettendogli di cogliere un frammento del soggetto. La tesi del filosofo Ludwig Wittgenstein, secondo cui il significato risiede nell’uso, rappresenta un tema centrale nell’intera carriera di Kosuth. Questo concetto emerge chiaramente in One and Three Mirrors, dove l’uso quotidiano dello specchio si trasforma in una nuova funzione rappresentativa che diventa parte integrante dell’opera d’arte, spingendo l’osservatore a riflettere su come il linguaggio costruisca la percezione della propria identità.
Tre sale adiacenti ospitano opere che mettono in discussione l’autorialità, a partire dal radicale ripensamento di pubblico, comunità e collaborazione proposto da Kosuth. Tra queste compaiono The Fifth Investigation (1969), Text/Context (1978-1979) e Where Are you Standing? (1976), un poster originariamente prodotto dall’artista per la Biennale di Venezia del 1976 come parte del collettivo International Local (composto da Sarah Charlesworth, Joseph Kosuth e Anthony McCall), che verrà riproposto in questa occasione. Durante la mostra, verrà inoltre realizzato e installato in uno spazio pubblico di Venezia un manifesto del 1970, The Seventh Investigation.
Joseph Kosuth vanta un legame di lunga data con Venezia. Oltre ad averci vissuto e lavorato tra il 2021 e il 2025, il suo rapporto con la città lagunare ha inizio decenni prima. Ha partecipato a ben otto edizioni della Biennale Arte, durante le quali ha rappresentato il Padiglione dell’Ungheria (1993) e ha ricevuto la Menzione d’Onore. L’installazione permanente al neon di Kosuth, The Material of Ornament, è esposta alla Fondazione Querini Stampalia dal 1997, mentre l’opera To Invent Relations (For Carlo Scarpa) è stata commissionata per la Biennale di Architettura del 2016 e installata nella celebre Aula Magna Mario Baratto dell’Università Ca’ Foscari.